Era il lontano 2008, Teresa era nata da un paio di mesi, una domenica avevo bisogno di fare qualcosa per distrarmi da una serie di problemi.
decisi così di fare un giro in bici, all'epoca avevo solo la mtb rossoargentata presa al supermercato, e con quella mi misi a pedalare come un forsennato in direzione padova.
faceva caldo, un caldo boia, e io ero completamente fuori allenamento (oggi posso dire che in quel momento io NON SAPEVO cosa fosse un allenamento, ma questa è un'altra storia...) quindi fu un vero calvario. inoltre, da perfetto idiota, mi ero portato dietro una borraccetta da 500 con un po' d'acqua, per un giro che nelle intenzioni doveva durare qualche ora, quindi credo fossi arrivato a vigodarzere che già ero a secco.
non so in pratica come, ma riuscii ad arrivare fino a
alla fine di tutto quel giro pazzesco, arsego-nonsanto-arsego, credo di aver fatto una quarantina di km scarsi, ma non ne ho idea perché sulla bici non avevo strumenti di misura.
a me sembrava di aver fatto un'impresa titanica, perché fino ad allora il tragitto più lungo su due ruote era stato di una trentina di km.
entusiasmato a bomba da tale mitica impresa, decisi che avrei rispolverato la mia passione per le due ruote, messa da parte da qualche anno, e l'avrei fatta diventare un vero e proprio sport.
ma prima, dovevo fare una cosa che non avevo mai fatto prima e che rappresentava una specie di incognita buco nero nella mia esperienza ciclistica: in sostanza, anche se ero stato in sella per buona parte dell'infanzia e della giovinezza, non avevo mai e poi mai percorso in sella una salita che fosse più lunga e/o più ripida di un cavalcavia.
mosso da grande coraggio, misi la mtb in macchina, e mi recai ai piedi dei colli (euganei, sempre per chi non è padovano), che faticai a raggiungere perché sinceramente ci ero stato solo una volta e non mi ricordavo più la strada.
nell'imbarazzo della scelta di quale fosse l'itinerario più adatto, trovai Torreglia e mi sembrò buona.
partii tranquillo per affrontare la salita che va a Teolo, cosa che io ovviamente ignoravo, e subito mi imbattei in una rampa di quelle cattive, che mi costrinse a fermarmi perché probabilmente il cuore stava sui 185 bpm e io non ci ero mai arrivato, e mi sembrava che stavo per morire e che venisse giù san pietro a prendermi.
dopo una sosta a bordo strada, ripresi la salita pazzesca e dopo qualche altro chilometro di agonia, con un rapporto che credo fosse 25 davanti e 34 dietro (infatti facevo fatica a stare in equilibrio da quanto piano andavo), arrivai a scolmare, cosa questa che mi fece capire che potevo farcela.
tutto questo preambolo noioso e poco originale, a cosa serve in questo post sulla mia prima bici da corsa? calma, adesso ci arrivo.
mentre arrancavo da torreglia a teolo pregando il signore di farmi fare un altro centinaio di metri senza scoppiare, vedevo centinaia di persone vestite in modo strano sopra mezzi a due ruote molto belli, ma soprattutto molto tecnologici, che sfrecciavano e mi superavano a velocità che sicuramente dovevano essere prodotte da qualche tecnologia pazzesca.
erano CICLISTI in BICI DA CORSA.
nella mia testolina di niubbo, giunsi ad una conclusione che mi sembrò l'uovo di colombo (quando in realtà era una sonora cazzata, ma questo lo capii moooolto dopo...): la fatica di salire poteva essere un ricordo semplicemente se avessi avuto una BICI DA CORSA. e un completino fluorescente, ovviamente.
girai parecchio per riuscire a trovare un mezzo adatto, con il budget limitato che avevo, ma alla fine, dopo qualche settimana, finalmente in un negozio ebbi fortuna e trovai l'oggetto dei miei desideri, a un modico prezzo.
era una bottecchia in alluminio, sì proprio quella della foto qui sopra. una bicicletta che mi ha svezzato ciclisticamente parlando, mi ha accompagnato in una serie di avventure, e di errori, mi ha lasciato un paio di volte a piedi per scoppio camera d'aria, mi ha insegnato che in salita l'unica tecnologia miracolosa è quella contenuta in gambe e cuore, e che in discesa bisogna tenere una velocità adatta alla propria esperienza.
mi ha insegnato anche molte altre cose, che qui non scrivo perché altrimenti diventa un pippone rompipalle all'inverosimile, e mi ha accompagnato nei primi anni di triathlon, e mi ha permesso di disputare qualche garetta con buoni piazzamenti.
ma soprattutto, cara bottecchia, mi hai fatto capire che un sogno, anche se contiene diversi errori e inesattezze, è sempre una cosa fantastica e ti dà la forza per affrontare non una, ma tante salite, di rialzarti quando cadi e di fare cose che non avresti mai immaginato di poter fare.
grazie bottecchia, e addio, e mi raccomando di fare la brava col tuo nuovo proprietario.

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